Quello che non si butta
Qualche giorno fa mia madre mi ha chiesto di “dare un’occhiata” ai vecchi giochi in cantina per capire cosa tenere e cosa buttare. Liberare spazio.
Ma per cosa? Per chi? Perché fino ad ora è stato occupato?
Tra gli scatoloni impolverati ho ritrovato le mie vecchie bambole, i pupazzi, le Polly Pocket. Non li vedevo da decenni. Non me li ricordavo nemmeno… finché non li ho avuti tra le mani. Ed è lì che qualcosa si è mosso.
Non emozioni travolgenti, ma delicate. Come se fossero state lì in attesa, sotto la polvere e il tempo. Silenziose, ma pronte a riemergere con tutta la sorpresa nel riconoscere qualcosa che ha fatto parte di te, che ha inventato storie, che ha custodito segreti, che ha creato amicizie.
Strano, no? Dimentichiamo alcune cose per anni, e poi basta uno sguardo per tornare la, almeno emotivamente.
I giochi dell’infanzia non sono solo oggetti: sono veicoli della memoria affettiva, piccoli testimoni di chi siamo stati.
I giochi hanno questo grande potere magico di risvegliare piccole sfumature emotive, possono farlo perché sono oggetti così familiari che sono vissuti nei gesti più puri. Perché sono cose che ci hanno aiutato, da bambini, a separare e collegare il mondo interno a quello esterno. Erano più che semplici giochi, erano ponte tra il sé e l’altro, tra sicurezza e scoperta.
Ma quindi.. perché sono rimasti lì per trent’anni? Forse per affetto. O forse perché non si butta via l’infanzia, soprattutto quando è quella di qualcun altro. Come se, prima di separarcene, dovessimo chiedere il permesso. Come se conservarli fosse un modo per restare legati a chi eravamo, o a chi abbiamo cresciuto. Come se non volessimo arrogarci il diritto di scegliere per qualcun altro.
E perché adesso liberarcene?
A volte, liberarsi di qualcosa non è dimenticare ma lasciar andare. È riconoscere il valore di qualcosa, salutarlo con gratitudine e permettere che trovi il suo posto nella memoria, non più negli scatoloni. Ringraziarlo per averci dato sicurezza e salutarlo perché pronti ad esplorare. A volte quell’oggetto non serve più come ponte.
Mi sono anche chiesta perché ci commuoviamo così tanto nel ritrovare cose che nemmeno ricordavamo: perché forse dentro di noi memoria ed emozione sono intrecciate. La nostra mente non archivia in modo neutro, ma emotivo: i ricordi che contano non sono solo fatti, sono vissuti.
E allora potrebbe essere bello coltivare la memoria come pratica affettiva? Non per restare fermi nel passato, ma per abitare meglio il presente e condividere tempo familiare. Avere un’abitudine che aiuti a far emergere, a riflettere, a imparare sapendo che qualcosa nella nostra memoria andrà perso, o meglio trasformato. Sapendo che noi cambiamo e che alcune cose non servono più. Buttare qualcosa dell’infanzia, allora, non è solo un gesto pratico: è un rituale simbolico.
E come ogni rito, richiede rispetto, tempo, e un certo tipo di amore.
Forse non si tratta di conservare semplicemente oggetti, ma di continuare a passarsi il gesto di tenerli. Da madre a figlia, da figlia a madre.
Dott.ssa Ilaria Mariotto per tra.ME

